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L’inquietante incidente del passo Djatlov

L’incidente è avvenuto nella notte del 2 febbraio 1959, quando nove giovani escursionisti accampati nei monti Urali, morirono per cause rimaste sconosciute. Le vittime si trovavano sul versante orientale del Cholatčachl‘; che in mansi (lingua del popolo indigeno locale) significa “montagna dei morti“. Il passo montano da allora è stato rinominato “passo di Djatlov“, dal nome dal capo della spedizione, Igor Djatlov.

La squadra di Djatlov – foto: www.startmag.it

I motivi dell’escursione

Il gruppo, guidato appunto da Igor Djatlov, era formato da otto uomini e due donne, quasi tutti avevano un’età compresa tra i venti e i venticinque anni.
I membri della spedizione avevano alle spalle esperienza sia di lunghe escursioni sugli sci che di spedizioni di montagna.
L’obiettivo comune dei ragazzi era quello di intraprendere un’escursione con gli sci di fondo attraverso l’oblast’ di Sverdlovsk. La regione Russia si estende su un territorio a est degli Urali metalliferi e discende verso il Bassopiano Siberiano Occidentale. Il percorso scelto, in quella stagione, era valutato di terza categoria, vale a dire la più difficile.

Ricostruzione del percorso

La squadra arriva il 25 gennaio a Vižaj: l’ultimo insediamento abitato prima delle zone che intendevano esplorare. Il giorno seguente uno di loro, Jurij Judin abbandona il gruppo a causa di un’indisposizione. A questo punto, la squadra si compone di nove persone.
I diari e le macchine fotografiche ritrovati attorno al loro ultimo campo rendono possibile ricostruire il percorso della spedizione fino al giorno precedente all’incidente:

 Il 31 gennaio, il gruppo arriva sul bordo di un altopiano e inizia a prepararsi per la salita. In una valle boscosa depositano il cibo in eccesso e l’equipaggiamento che sarebbe dovuto servire per il viaggio di ritorno.

Il giorno dopo, l’1 febbraio, gli escursionisti cominciano a percorrere il passo. Sembrerebbe che l’intenzione era quella di attraversarlo e accamparsi per la notte successiva sul lato opposto.

Il peggioramento delle condizioni climatiche si tramutano in una tempesta di neve; ciò comporta il calo della visibilità e la totale perdita dell’orientamento dei ragazzi.
Quando capiscono l’errore commesso, decidono di accamparsi dove si trovano, ovvero sul pendio della montagna. Si suppone che abbiano fatto questa scelta per aspettare un miglioramento del tempo.

La squadra di Djatlov in marcia – foto: www.startmag.it

Le ricerche

In precedenza era stato concordato che non appena fossero rientrati a Vižaj, Djatlov avrebbe telegrafato alla loro associazione sportiva. Si pensava che ciò sarebbe dovuto accadere non più tardi del 12 febbraio. In quel momento nessuno prende iniziative, in quanto un ritardo di qualche giorno, in simili spedizioni era una cosa piuttosto normale.
In seguito, i parenti degli escursionisti chiedono di organizzare dei soccorsi. Il capo dell’istituto invia un primo gruppo composto da studenti e insegnanti volontari: era il 20 febbraio. Successivamente, viene ordinato alla polizia e l’esercito di partecipare alle ricerche, intervenendo con aeroplani e elicotteri.

Il ritrovamento dei corpi primavera 1959 – foto: it.sputniknews.com

Il ritrovamento dei cadaveri

Il 26 febbraio viene ritrovata la tenda abbandonata sul Cholatčachl’. Essa risulta molto danneggiata, durante le successive indagini emerge che era stata lacerata dall’interno. Da questa, si poteva seguire una serie di impronte dirette verso i boschi vicini, ma dopo 500 metri, scompaiono nella neve. Sul limitare della foresta, sotto un grande cedro, la squadra di ricerca trova i resti di un fuoco, insieme ai primi due corpi. Le vittime sono entrambe scalze e con addosso solo la biancheria intima. 

Tra il cedro e il campo, vengono ritrovate altre tre salme. La loro posizione sembra suggerire che stavano tentando di ritornare alla tenda. I corpi si trovano lontani l’uno dall’altro, rispettivamente alla distanza di 300, 480 e 630 metri dall’albero di cedro.

Il 4 maggio vengono rinvenuti i resti di quattro vittime, rimaste sepolte sotto un metro e mezzo di neve. I cadaveri si trovano in una gola scavata da un torrente all’interno del bosco, sul cui limitare sorgeva, a mezzo chilometro di distanza, il cedro.
Le impronte che partono dal campo fanno pensare che tutti i membri lo avessero lasciato di comune accordo, a piedi.

Igor Djatlov post-mortem – foto: www.horrorvertolli.it

L’indagine

Dopo il ritrovamento dei primi cinque corpi, parte subito un’inchiesta legale. Un primo esame medico non trova lesioni che abbiano provocato la morte dei ragazzi, si conclude, che l’ipotermia sia stata la causa dei decessi. Una delle vittime presenta una piccola frattura cranica, non giudicata però così grave da poter essere letale.

Semyon Zolotaryov post-mortem – foto: www.reccom.org

La situazione si complica ulteriormente con l’autopsia dei quattro cadaveri trovati nel mese di maggio. Infatti, in un corpo si scopre una seria frattura cranica e due si trovano con la cassa toracica gravemente fratturata. Il medico incaricato dell’autopsia sostiene che: la forza richiesta per provocare fratture simili fosse molto elevata, simile a quella sviluppata da un incidente stradale.

Lyudmila Dubinina post-mortem – foto: www.reccom.org

I busti non mostrano ferite esterne, come se fossero stati schiacciati da una elevatissima pressione. Oltre a ciò, una delle due donne era priva della lingua, di parte della mascella e degli occhi.
Il medico legale registra che alcuni dei cadaveri erano lividi sul davanti. Tali segni, di solito, si formano sempre sul lato di un corpo premuto contro il terreno. Questo indica che qualcuno possa averli spostati dopo la morte. Nonostante ciò, non sono presenti tracce di altre persone sia nella zona dell’incidente che nelle aree circostanti.

Zinaida Kolmogorova post-mortem – foto: www.reccom.org

Le analisi forensi rivelano che i vestiti di alcune delle vittime presentano alti livelli di radioattività. La causa della contaminazione è dovuta a lanci di missili ebalistici R-7.
Le prove balistiche sono avvistate anche da vari abitanti, che notano numerose “sfere arancioni” nel cielo notturno.
Un gruppo di escursionisti, in quella notte, si trova a circa 50 km dal luogo dell’incidente. Loro dichiarano di aver visto nel cielo quelle strane “sfere” arancioni; proprio nella zona dell’accampamento di Djatlov e compagni.

Supposizioni e teorie

Inizialmente, si ipotizza un possibile attacco degli indigeni Mansi, per aver invaso il loro territorio. Le indagini mostrano però che la natura delle morti e la scena ritrovata non supporta tale tesi. Inoltre, le impronte dei soli escursionisti erano ben visibili, e i loro cadaveri non mostrano alcun segno di colluttazione corpo a corpo.

Nonostante la temperatura molto rigida (tra i −25° e i −30°) e con una tempesta di neve che infuriava, i corpi ritrovati sono parzialmente vestiti. Alcuni avevano una sola scarpa, altri non le avevano affatto o indossavano solo i calzini. Una possibile spiegazione, potrebbe essere dovuta da un comportamento chiamato spogliamento paradossale, che si manifesta in molti casi dei morti per ipotermia.

In questa fase, durante il passaggio tra uno stato di ipotermia moderato ad uno grave: il soggetto perde l’orientamento, e diventa confuso e aggressivo. Inizialmente avverte una falsa sensazione di calore superficiale. La vittima tende a strapparsi i vestiti di dosso, comportando la totale perdita del calore corporeo.

I vestiti stracciati che avvolgono alcuni corpi non sono appartenenti a loro; si ipotizza che i sopravvissuti li abbiano indossati dopo la morte dei compagni, per coprirsi al meglio.

Krivonischenko-Doroshenko post-mortem – foto: www.reccom.org

Cosa possono nascondere i governi

Alcuni ricercatori sostengono che le autorità abbiano volutamente trascurato alcuni fatti:
esistono, infatti, resoconti che suggeriscono che nella zona si trovarono molti rottami di metallo. Si sospetta che l’esercito possa aver effettuato manovre segrete in quell’area, e quindi, interessato a insabbiare la questione.

Il dodicenne Jurij Kuncevič, che in seguito diventò il capo della Fondazione Djatlov di Ekaterinburg, partecipò al funerale di cinque degli escursionisti.
L’uomo ricorda chiaramente come la pelle delle vittime avesse «un’abbronzatura color bruno intenso».

funerale Djatlov – foto: www.welcomenoctrunia.blogspot.com

Tutti i membri del gruppo sono morti a causa di una «irresistibile forza sconosciuta» : questo fu il responso finale. La chiusura dell’inchiesta avviene ufficialmente nel maggio 1959 per “assenza di colpevoli“. Il tempo, e il silenzio imposto sul caso dal regime sovietico fino agli anni novanta, ha reso impossibile costruire delle certezze. 

Oggi resta un mistero che si trascina ancora e che potrebbe forse trovare una soluzione in questo 2020. La Procura generale russa infatti, ha deciso di riaprire le indagini e farà conoscere le sue conclusioni. La pressione dei parenti delle vittime continua a farsi sentire: di recente hanno anche scritto direttamente al presidente Putin.

L'incidente del passo Djatlo
Lapide Djlatov – foto: www.welcomenoctrunia.blogspot.com

Al momento, le fonti governative hanno escluso eventi straordinari. Si indaga solo su possibili cause naturali: una slavina, un uragano o una valanga di neve compressa.
La verità, purtroppo, è che non sapremo mai come andarono realmente le cose; sembra che l’incidente del passo Djatlov sia destinato a rimanere tra i casi insoluti più enigmatici di sempre.

Fonti:

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